«Saranno alcune patologie cerebrali, come la demenza e l’alzheimer, di cui oggi sono più chiare le cause come quella iniziale di un’alterazione del microcircolo (confine tra sangue e tessuto), sarà questo, nel prossimo futuro, un campo di ricerca e applicazione dell’ossigeno-ozonoterapia». Così Carlo Luongo, intervistato da The Medical Informer, spiega la pratica dell’ozono terapia.
Carlo Luongo, lei di cosa si occupa?
«Sono un docente in anestesiologia e rianimazione della Seconda Università di Napoli presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia. La mia attività assistenziale prevalente è stata vissuta presso il servizio di ossigeno terapia iperbarica nella suddetta azienda ospedaliera, dal 1986 lo stesso servizio si attrezzò di strumenti per l’ossigeno-ozono terapia. Dopo quattro anni la direzione sanitaria confermò la validazione di tale branca fino a darle dignità di branca assistenziale autonoma nel 2003, supportata da una mole di lavoro e di ricerca scientifica. Nel 2003 fu istituito un corso di perfezionamento in tale terapia e nel 2004 divenne un master di II livello, negli anni successivi a Pavia è nato un analogo corso nel quale sono stato invitato a fare lezione, attualmente anche lì è iniziato il master».
L'ozono è presente in natura a circa 22 km dalla superficie terrestre e funge da protettore contro i raggi cosmici; però è anche sottoprodotto delle attività industriali umane e finisce nell'atmosfera sotto forma di smog. Recentemente, però, un gruppo di studio dello Scripps, diretto dal prof. Richard Lerner, ha scoperto che il nostro corpo umano produce ozono. Allora, fa bene o fa male l'ozono?
«L’ozono è un gas dalle svariate qualità. Nella stratosfera avvolge completamente la terra proteggendola dai raggi ultravioletti del sole senza il quale la vita sul nostro pianeta non sarebbe possibile. Questo gas è presente sulla terra in quantità tossiche, quindi è dannoso per l’uomo. Ma se viene somministrato negli organismi viventi, in dosi adeguate e in volumi corretti, presenta un’induzione metabolica ovvero finalizzata a ripristinare un equilibrio delle funzioni del nostro organismo. Questa affermazione è confermata prima dalla sperimentazione su animali, sia sani che malati, e poi dall’esperienza clinica su ammalati».
In che cosa consiste la terapia dell'ossigeno-ozono.
«È la somministrazione, a scopi terapeutici, di una miscela di ossigeno-ozono finalizzata alla cura di numerose patologie».
Da quanto lei ha spiegato si può quindi parlare dell'ossigeno-ozono terapia come un nuovo presidio per la salute?
«Sicuramente è un nuovo traguardo della medicina perché oltre a curare le varie patologie assicura il riequilibrio delle varie funzioni organiche prevenendo malattie».
Quali le patologie che migliorano e quali quelle che si risolvono con questo tipo di terapia. Ci può illustrare la metodica?
«La clinica e, contemporaneamente, la ricerca hanno confermato la grande opportunità di cura e terapia di questa miscela. Oggi possiamo, senza timore di esser smentiti, dire che l’ozono terapia deve esser usato come farmaco di prima scelta in alcune forme di vasculopatie, in particolare nelle arteriopatie croniche periferiche e le sue complicanze, e nelle ulcere arteriose e venose. Un altro grosso campo di applicazione sono le infiammazioni acute e croniche delle articolazioni dell’apparato loco-motore ovvero artrosi cervicali, artrosi scapolo-omerale, artrosi del gomito, artrosi del ginocchio e artrosi delle piccole articolazioni del piede e delle mani. Cura inoltre cervico patie con cefalee e vertigini, patologie della colonna vertebrale, ernie del disco, lombagia e lombo-sciatalgia (dolori di schiena e dello sciatico)».
Sappiamo che tale metodica è ormai diffusa e consolidata in numerosi paesi (Germania-Russia-Cuba, Giappone, Cina, Perù e altri). Qual è la situazione in Italia?
«La situazione italiana è abbastanza strana. La regione Lombardia ha inserito la terapia, a carico del sistema sanitario, già da oltre 15 anni mentre le altre regioni ignorano la completa esistenza di tale benefico mezzo terapeutico. Alla regione Campania io stesso ho presentato più volte documentazioni per il riconoscimento della terapia ma l’esito è stato sempre negativo. Nonostante divulgazioni scientifiche tramite convegni e congressi nazionali la situazione rimane immutata».
Apprendiamo con piacere e anche con un po' di sano rammarico che in Italia ci sono ottimi studiosi di ossigeno-ozono che fanno capo alla Scuola Napoletana, e ai poli Universitari di Pavia e Siena.
«Condivido il rammarico poiché sono poche le istituzioni che hanno ufficializzato l’uso dell’ossigeno-ozono terapia, mi riferisco a molti centri ospedalieri che hanno inserito l’ozono negli ambulatori di terapia antalgica. Tale fenomeno è molto evidente nella mia regione. La scuola napoletana può definirsi tale perché da sempre, accanto all’attività clinica, ha coinvolto numerosi centri di ricerca in ambito farmacologico, microbiologico e clinico metabolico».
Le vostre ricerche cliniche, ora che l’ozono è una realtà, su cosa si basano? Qual è il prossimo traguardo da raggiungere?
«Saranno alcune patologie cerebrali (demenza, alzheimer) di cui oggi sono più chiare le cause come quella iniziale di un’alterazione del microcircolo (confine tra sangue e tessuto). Sarà questo, nel prossimo futuro, un campo di ricerca e applicazione. Abbiamo già dei dati da cui partire che hanno dato risposta positiva a un miglioramento delle attività cognitive e cerebrali».
L’ozono può far qualcosa per debellare i tumori, mali diffusi nella nostra società, divenuti frequenti come l’influenza?
«Abbiamo delle sperimentazioni da laboratorio che hanno evidenziato la morte delle cellule tumorali a contatto ripetuto con la miscela di ossigeno-ozono ma, la mancanza di fondi non ha reso possibile la continuazione di tale importante sperimentazione e la continuazione di tale ricerca».
Sono solo due le strutture universitarie: Pavia e Napoli dove è possibile seguire e conseguire un Master di II Livello in Ossigeno e Ozono?
«Sì, è vero Napoli e Pavia hanno istituito un master di II livello in ossigeno-ozono terapia presso le loro facoltà di medicina, della durata annuale e con 60 crediti formativi universitari. Con orgoglio devo specificare che è Napoli, per prima in Italia, che ha privilegiato questa branca già da quasi un decennio. Il master, con 1500 ore di lezioni frontali teoriche e pratiche, specializza ulteriormente il medico in questa attività».
Lei è responsabile di un ambulatorio?
«Sì a Napoli siamo riusciti ad avere un ambulatorio universitario di ossigeno-ozono terapia, forse il primo in Italia, aperto ai degenti ricoverati presso le strutture dell’azienda ospedaliera universitaria».
Quali le Società Scientifiche operanti in Italia?
«Ci sono almeno un paio di società scientifiche operanti in Italia che si interessano di questa terapia ma la prima, storica e più completa è la SIOOT (società italiana di ossigeno-ozono terapia) di Bergamo. E non lo dico perché ne sono il vicepresidente ma è la società che maggiormente ha mantenuto contatti con istituzioni e poli di ricerca».
Vi è speranza che suddetta terapia venga estesa a tutto la Nazione in regime di convenzione? O vi è un sottile ostracismo da una certa parte medica, perchè probabilmente va a ledere interessi al di fuori del campo medico e che non coincidono con quelli del paziente, che chiede solamente di star bene e possibilmente guarire, con minimo danno fisico e con lieve salasso economico?
«Sicuramente in quello che lei anticipa può esserci del vero, ma io da universitario immagino che bisogna ancora lavorare coinvolgendo altre istituzioni e società scientifiche come per esempio siamo già riusciti a fare nel 2006 attraverso una “Consensus Conference” su ozono-terapia e conflitto disco radicolare discussa e depositata presso il Consiglio Superiore di Sanità. È prevalentemente l’ignoranza e l’incompetenza che rallentano l’utilizzo dell’ozono in tutte le sue applicazioni».
Che futuro prevede per l’ossigeno-ozono terapia?
«La validazione su scala nazionale, data la grande efficacia terapeutica e il bassissimo costo della cura che non ha mai presentato, fino a oggi, effetti collaterali né intolleranze».













