Tempi prolungati di permanenza in ospedale a causa di virus contratti negli ospedali immuni agli antibiotici. In Europa sono oltre 4 milioni i pazienti che si sono ammalati in corsia, 500 mila casi in più se si considerano i malati colpiti da più virus durante un singolo ricovero. Resta alto l’allarme per i periodi di degenza in ospedale anche in Italia: fino a 700 mila casi l’anno, con un tasso di mortalità dell’1%, secondo la stima del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e un aggravio dei costi per la sanità italiana di oltre 1 miliardo di euro.
I super-batteri
A preoccupare sono soprattutto i virus resistenti agli antibiotici, come lo stafilococco aureo resistente alla meticillina (Mrsa), che rappresenta l’8% di tutte le infezioni ospedaliere, con il picco nel Sud dell’Europa e una frequenza del 50% maggiore rispetto alla media. In particolare lo stafilococco aureo è un microrganismo che ha sviluppato resistenze a tutti i più comuni antibiotici utilizzati, compresa la vancomicina. Se non è possibile evitare la presenza di super-batteri negli ospedali è necessario, secondo Marco Ranieri, direttore del Dipartimento di anestesia e terapia intensiva dell’ospedale Molinette di Torino, «mettere in atto una serie di misure per limitare il contagio verso soggetti suscettibili, come pazienti anziani, molto malati o con sistema immunitario compromesso». Una soluzione è il corretto utilizzo dei medicinali: «gli antibiotici di nuova concezione non possono essere le uniche risorse per debellare il fenomeno delle influenze ospedaliere – conclude Stefania Stefani, responsabile del Laboratorio di microbiologia molecolare e antibiotico-resistenza dell’università di Catania – molto può essere fatto grazie a un uso migliore dei medicinali, troppo spesso impiegati in modo indiscriminato: in casa per curare erroneamente un’infezione virale con farmaci ad ampio spettro o nelle residenze per anziani contro patologie croniche».













