Investire in innovazione e tecnologia è sempre difficile in Italia. Nel comparto sanitario, ad esempio, la spesa destinata all’aggiornamento dei sistemi di trasmissione e informatizzazione dati è ferma a 1,3 miliardi di euro, circa l’1,1% della spesa sanitaria pubblica. Investimenti che, pro capite, arrivano a 22 euro per abitante, nettamente al di sotto degli standard degli altri Paesi europei, con Germania e Francia che investono quasi il doppio dell’Italia e i Paesi scandinavi fino al triplo. Questa la fotografia diffusa dall’Osservatorio Ict in sanità con la Ricerca 2012, promossa dalla School of Management del Politecnico di Milano in collaborazione con Senaf/Exposanità.
Gli investimenti in Italia
Secondo la ricerca gli investimenti a carattere tecnologico, fermi a 900 milioni circa negli ultimi anni, subiranno uno stallo o una contrazione nei prossimi tre anni, riducendo i fondi da destinare all’acquisto di servizi Ict, al personale specializzato e all’acquisto di hardware e software. A pesare in Italia è poi la cattiva distribuzione degli investimenti, che si concentra per l’87% nel Nord Italia e per la restante parte nel Centro e nel Sud. Secondo lo studio infatti nel Settentrione la spesa in Ict sanitari ammonta a 31 euro pro capite, a fronte dei 14 euro per abitante del Centro e dei 12 euro del Mezzogiorno, con profonde conseguenze sulla qualità dei servizi ed efficienza del servizio sanitario. «L’Ict per la sanità non è una semplice voce di spesa – commenta Mario Corso, responsabile dell’Osservatorio Ict in sanità – ma può rappresentare una delle principali leve di intervento su cui è possibile agire per incrementare sia la qualità dei servizi che la loro efficienza e sostenibilità economica».













