Riapre i battenti per il secondo anno il “Brave Shire Awards”, il comitato internazionale che ha lo scopo di offrire un riconoscimento alle persone e ogni giorno si impegnano nell’assistenza ai malati senza far parte del personale sanitario. Ideato dalla società biofarmaceutica Shire, sarà possibile proporre candidature per il coraggio e la dedizione dei “caregiver” di tutto il mondo. C’è tempo fino al 17 giugno mentre i vincitori saranno comunicato a novembre. A scegliere 10 vincitori, ai quali verranno consegnati 10 mila dollari, saranno i dipendenti della Shire. Nel 2010, alla sua prima edizione il comitato ha ricevuto più di 400 candidature tra cui scegliere i più meritevoli. Noi di “The Medical Informer” abbiamo disturbato i lavori del comitato del premio, riunitosi a Wayne in Pennsylvania, per parlare con uno di loro: Matt Cabrey.
Da dove arrivano i candidati?
«Il “Brave Awards” è un programma esteso a 10 paesi al momento. I nominati di questa edizione possono provenire dagli Usa ovviamente, ma anche dal Regno Unito, Germania, Svizzera, Italia, Francia, Canada, Belgio, Spagna e Australia. L’anno scorso, per la prima edizione, ci eravamo limitati a solo 7 paesi, tra cui c’era già anche l’Italia. Speriamo entro l’anno prossimo di riuscire a estendere il programma ad almeno 15 paesi».
Il “Brave Awards” è un premio ai “non professionisti” del settore. Chi è il perfetto “caregiver” per voi?
«Ogni volontario ha diritto a un riconoscimento. Per il tempo e le proprie capacità impiegate nell’aiutare le persone. Per noi dello Shire Brave Awards è fondamentale che il “caregiver” sia una persona dedita all’aiuto dell’ammalato. Che non percepisca, ovviamente, alcun compenso. Eccetto ovviamente i rimborsi spese previsti dai singoli Governi. Per noi è un “non professionista”. Infatti tutti gli operatori sanitari non sono candidabili. Deve avere minimo 18 anni e ognuno di loro è speciale a modo suo. C’è anche chi fornisce aiuto agli ammalati in maniera non prettamente sanitaria. E’ semplicemente un eroe di tutti i giorni, senza neanche sapere di esserlo, perché aiuta chi ne ha veramente bisogno».
E la scorsa edizione come è andata?
«Nel 2011 ci sono stati 10 vincitori. Ognuno ha ricevuto il premio di 10 mila dollari. Altre 4 persone invece hanno ricevuto un premio per il loro impegno di 2500 dollari. Abbiamo ricevuto anche delle nomination dall’Italia. Ma l’anno scorso nessun italiano è riuscito ad arrivare alla selezione finale».
Ma come nemmeno uno?
«No l’anno scorso no. Chissà quest’anno come andrà. In compenso c’è un italiano che lavora nel nostro team».
E’ un team molto grande?
«Sì. A dire il vero c’è una piccola Commissione di 14 persone, 6 dagli Stati Uniti, 6 dall’Europa, 1 dal Canada e 1 dall’Australia. Questa commissione, affiancata da 2 esperti sceglie e vaglia i nominati e poi, si uniscono gli oltre 5200 impiegati della Shire per votare i dieci vincitori».
Ma non c’è una cerimonia?
Ma a dire il vero no. Incontriamo e parliamo molto con i premiati. Oltre ai soldi ci sono targhe di ricevimento e ringraziamenti anche dall’Amministratore delegato della Shire Angus Russel. Ma fino a questo momento non abbiamo mai pensato a una cerimonia. Anche perché lo scopo è un altro».
Quale?
«Semplice. Far capire quanto sia importante aiutare chi sta poco bene. E ringraziare chi ci riesce con un sorriso sulle labbra».













